Dottorato in Economia Aziendale e Management (10 borse, scadenza 5 settembre)

9 agosto 2012

Il 31 Luglio scorso, l’Università di Pisa ha messo a bando i concorsi per i dottorati 2012-2013:

http://dottorato.unipi.it/images/stories/concorsi_2012_2013/documenti/bando.pdf

Tra questi c’è il corso in Economia Aziendale e Management*. Si tratta di un corso di dottorato che riunisce i tre atenei toscani (Firenze, Pisa, Siena), finanziato dalla Regione Toscana (Programma Pegaso) e mette a concorso dieci borse triennali. La sede amministrativa del dottorato è presso l’Università di Pisa.

Ci sono le premesse per un programma di alto profilo e il collegio dei docenti è fermamente intenzionato a svolgere una selezione orientata ad accogliere allievi fortemente motivati a intraprendere la carriera accademica, a svolgere un periodo significativo di lavoro all’estero e a portare a termine un programma di ricerca dottorale di elevata qualità.

La scadenza per la presentazione delle domande è il 5 settembre. Nel bando sono contenuti tutti gli elementi per fare la domanda, ma sono a disposizione per ulteriori informazioni e chiarimenti.

 

 

* in alcune parti della documentazione si riscontra un’intitolazione diversa (Economia e Management) rispetto a quella ufficiale e corretta (Economia Aziendale e Management), ma si tratta dello stesso programma.

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20 luglio 2012

Here I am again. … You didn’t miss me so much, hu?

In this period I did a lot of things, among which the most important one has been publishing the following:

And other stuff, but these ones are the more important, after a long investment. Please, take a look at the “ongoing research” cause I updated my research priorities.


Most downloaded article in 2010 in Marketing Theory

1 luglio 2011

Ecco qua. Il paper con Bernard sembra sia piaciuto, no?


Rieccoci: ora ci si mette anche la polizia ad espropriare le comunità

30 aprile 2011

Allora, abbiamo già detto che i nuovi sistemi di condivisione e co-creazione generano valore che gli agenti economici cercano di appropriare/espropriare e invece le comunità tentano di proteggere. Esistono molti esempi di comunità, alcune più spontanee ed “emergenti” (tipo Couchsurfing), altre fondate e gestite dalle imprese (TomTom Map Share) e altre ancora che sembrano relativamente neutrali (Zooppa, Mechanical Turk, ecc.). Le comunità “aziendali” hanno la particolarità di organizzare e coordinare il “lavoro” dei membri per incanalare le attività di generazione di valore in un processo che prevede da un lato un ritorno per i membri stessi e dall’altro un vantaggio per l’impresa.

Prendiamo il caso TomTom perché è molto semplice e al tempo stesso interessante, ma soprattutto perché costituisce un caso di appropriazione di tipo nuovo. Allora, l’utente del programma TomTom Map Share accetta di condividere i dati del proprio navigatore e di partecipare al programma attraverso segnalazioni sugli eventuali buchi del software o della cartografia in cambio di aggiornamenti e altri servizi a condizioni agevolate. Uno scambio ragionevole, parrebbe. L’impresa consegue un vantaggio duplice: una solida e fedele customer base e un meccanismo automatico e a basso costo (crowdsourcing) di aggiornamento del software. Niente di nuovo. Il vantaggio “vero” peraltro sembra essere che attraverso questo programma il valore aggiunto prodotto dai clienti attuali che partecipano al programma può essere scaricato sui nuovi clienti e indirettamente sui concorrenti: quota di mercato, premium price, ecc. Perciò, attraverso il contributo della community l’impresa riesce a trasferire sul mercato delle nuove installazioni un vantaggio di tipo differenziale rispetto ai concorrenti. Quanta parte di questo vantaggio, una volta tradotto in profitti, ritorna indietro alla comunità? Non si sa. Possiamo dire soltanto che la comunità riceve un certo grado di supporto, servizio, risorse, ecc., ma è molto difficile capire chi realmente ci guadagna in questo scambio: se si tiene conto che il sistema si basa su meccanismi di mercato e di scambio gerarchico (aziendale), c’è da credere che il grosso resti nel bilancio aziendale.

La novità è che da qualche tempo il mercato dei navigatori langue o addirittura si riduce e le imprese come TomTom cercano margini altrove, cercando di valorizzare il proprio patrimonio. Patrimonio di che? Di informazione. Informazione di chi? Ovviamente dei consumatori, nonché membri della comunità. A chi si vendono queste informazioni fornite dai consumatori finali? Allo stato. Perché? Per facilitare la gestione del traffico. E chi altro usa questi dati? Pare che in Olanda li abbia usati la polizia*. E perché? … udite, udite: per piazzare gli autovelox nei punti in cui più spesso si oltrepassano i limiti di velocità! E perché? Non certo per tutelare i cittadini (automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni), ma per fare cassa perché i bilanci delle istituzioni pubbliche locali sono in rosso: problema comune. Assistiamo dunque a una forma di espropriazione (di natura del tutto ed esclusivamente economica) da parte dell’autorità pubblica che – in pratica – si comporta come se applicasse una tassa sul valore generato dalla comunità.

Ecco, questa è la vera novità: la co-creazione di valore comunitario è soggetta a tassazione una volta che il valore è trasferito dalla comunità al mercato e da questo ad altri mercati o addirittura allo stato. Perché se noi consumatori, ferventi sostenitori della condivisione e della co-creazione, siamo disposti ad essere scippati (in parte) dalle imprese o dagli hacker (vedi caso Sony Play Station) in cambio di vantaggi individuali o di gruppo che ricaviamo dalla partecipazione al sistema, di certo non siamo disposti a farci scippare dallo stato, dato che – parafrasando Luigi XIV – lo Stato siamo noi, ecchediamine!

http://www.forbes.com/feeds/ap/2011/04/27/business-telecommunications-equipment-eu-netherlands-earns-tomtom_8438128.html

http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/04/30/news/tom-tom_polizia-15555233/


Vacanze di Natale, avere, fare, Fromm e Csikszentmihalyi

3 gennaio 2011

E’ Natale e ci sono da fare i regali. Ok, salvo che per mia moglie e mia figlia, per me fare i regali è una gran rottura di scatole. Ad essere onesti anche riceverli non è tutto ‘sto gran che. Soprattutto perché quando voglio davvero una cosa la compro, sempre che rientri nel mio budget culturale, ideologico ed economico. Ad esempio, in effetti mi piacerebbero una casa e un’auto più grandi e costose, ma a) non ho tutti quei soldi da spendere e b) non lo ritengo corretto sul piano ideologico: quelle che ho vanno più che bene. Insomma a Natale vivo una tensione tra l’obbligo morale di dover fare i regali (e cerco di fare proprio quelli strettamente “necessari”)  e l’ansia di ricevere delle cose di cui non ho affatto “bisogno” (vedi uno dei post precedenti). In effetti da ragazzino ho letto “Avere o essere” di Erich Fromm e l’ho anche riempito di sottolineature da tanto che ero convinto che fosse una ganzata di libro. E questo spiegherebbe il mio disinteresse per i regali: dare e ricevere oggetti non mi sembra il miglior modo di festeggiare una ricorrenza. Di certo non è il modo per sentirsi migliori.

In compenso in queste vacanze ho “fatto” delle cose: ho fatto da mangiare, ho pedalato e ho fatto i compiti insieme a mia figlia. Abbiamo fatto i biscotti alla cannella, il pane di segale, la salsa guacamole, la spuma di prosciutto. Non tutto nella stessa cena, ovviamente. Ho ripreso la bicicletta e anzitutto ho fatto manutenzione, pulito i componenti, riparato una o due forature, ho cercato su internet notizie e informazioni su una bici nuova e – soprattutto – ho pedalato su e giù per la spiaggia e dentro la pineta per rimettermi in forma. E poi ho fatto i compiti con Greta: 5 parole con la GN, 5 con la GL, 10 con l’accento e così via. Fare i compiti significa realizzare una piccola cosa che prima non c’era e che si crea nel momento in cui un bambino esercita un certo sforzo mentale, un po’ di nozioni acquisite e la sua creatività. Una piccola cosa che appena “fatta” perde il suo interesse immediato e il suo valore in quanto l’importante dei compiti sta nello sforzo di farli e non nel risultato in sé e per sé. E infatti il voto della maestra non è un voto per il compito svolto, ma per il come è stato svolto: tant’è che copiare è vietato e farsi aiutare (troppo) dai genitori anche. Un po’ come per un biscotto alla cannella: il divertimento (il valore) sta nell’impastare e nel ritagliare la sfoglia con gli stampini. Se poi sono anche buoni, bene, ma chiedete a mia figlia se preferisce sgranocchiare il biscotto o sporcarsi fino ai gomiti per impastare uova, farina, burro ecc. E lo stesso dicasi per la bicicletta: il divertimento è riparare, pulire e pedalare, non “avere” o possedere la bicicletta. Anche se in questo caso, l’oggetto assume una certa importanza, visto quanto costano certe biciclette che ci sono in commercio e che – onestamente – mi piacciono assai.

Fare i compiti, cucinare e pedalare sono attività che hanno una dimensione negativa: per molte persone e in molte circostanze possono essere viste come un obbligo, una necessità, un costo o un sacrificio. Mentre per altre, o per le stesse persone in circostanze diverse, possono assumere il ruolo di passatempo e divertimento. In questa seconda prospettiva, queste attività di consumo costituiscono forme di esperienza che hanno a che fare con le proprietà dei prodotti coinvolti solo in parte, ma – anzi – hanno molto a che fare con la persona e con le sue continue trasformazioni. Gli ingredienti delle ricette, la bicicletta e le matite di Greta sono strumentali per lo svolgimento di attività che sono quello che veramente ci interessa e devono piegarsi alle nostre esigenze di cucinare e mangiare, pedalare e sentirci meglio e imparare. Questo ribaltamento di prospettiva avviene tutte le volte che riusciamo a vedere i nostri oggetti come uno “strumento” per l’ottenimento di una condizione personale migliore che dipende da quello che facciamo. Questo è il processo alla base del soddisfacimento dei bisogni che  Csikszentmihalyi chiama “esperienziali”, cioé quelle attività che svolgiamo con impegno e immedesimazione e che ci allontanano un pochino dalla vita quotidiana e contribuiscono a migliorare il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri, tipo leggere, fare collezioni, bricolage, giardinaggio, ecc. I bisogni esperienziali sono contrapposti da questo psicologo americano, molto famoso ma dal nome impronunciabile, ai bisogni esistenziali ovvero a quei bisogni che gli umani usualmente soddisfano attraverso il mero possesso: compro la bicicletta (auto, casa, barca, cravatta) nuova e mi sento meglio per il semplice fatto di averla. E qui si torna indietro a Fromm: avere per essere è una parte importante della nostra vita, ma non esaurisce il nodo del nostro benessere, altrimenti non si spiegano i ricchi depressi, i benestanti insoddisfatti e aggressivi e – soprattutto – le statistiche sul benessere e la felicità a livello aggregato che ci dicono che i popoli ricchi non sono necessariamente (molto) più felici di quelli poveri o quantomeno che la relazione tra disponibilità e felicità non è lineare.

Perciò, la lezioncina di queste vacanze di Natale è stata che “fare cose” è piuttosto soddisfacente: non cose esaltanti o straordinarie, ma piccole cose, ripetute e quotidiane. E’ paradossale scriverci sopra un post come questo e andare a cercare citazioni dotte, eh? Dovrebbe essere così evidente ed elementare, come guardare negli occhi tua figlia che impara a scrivere le parole con la GN.

Fromm, E., 1976, To have or to be? (trad. it.: Avere o essere?, Milano, 1977)

Csikszentmihalyi, M, 1975, Beyond Boredom and Anxiety: Experiencing Flow in Work and Play


Il consumatore difettoso, nel suo piccolo, … s’incazza!

16 dicembre 2010

Oggi pomeriggio (Santa Croce in Fossabanda, ore 17.30) sarà presentato il volume di Turiddo Campaini (Presidente Unicoop Firenze) che racconta la sua storia e di quella che è diventata la più grande cooperativa di distribuzione in Italia. Una storia che racconta come una persona e un’impresa siano stati in grado di declinare insieme logiche economiche e logiche umane. In un certo senso l’impresa Coop è un esempio di come la logica capitalistica sia addomesticabile e il mercato possa essere visto come uno dei contesti in cui la competizione tra le imprese trova un riscontro, ma non l’unico. I rapporti con le persone e con la società in generale costituiscono un severo banco di prova per le istituzioni che intendono crescere in modo “sostenibile” rispetto al contesto sociale di riferimento. Una corporate social responsibility che trova riscontro anche nella governance di questa cooperativa che continua a tenere insieme un nucleo direzionale di professionisti e un comitato di controllo espressione dei soci. In questo libro si sostiene anche la tesi che il ruolo dell’uomo all’interno del sistema economico e sociale non possa essere ridotto a quello di consumatore (o produttore o distributore).

Per di più domenica ho visto Report, l’ultimo di quest’anno, che ha trasmesso un ottimo servizio sul “consumatore difettoso” ovvero sulla condizione di perenne precariato dell’individuo nei sistemi capitalistici moderni: un precariato fatto di desideri e ambizioni fortemente incentivati dal sistema e un potere d’acquisto che non cresce mai abbastanza. Il tutto condito da un sistema di rilevazione delle prestazioni dei sistemi economici che focalizza sul Pil il quale, paradossalmente, si ingrossa anche quando si devono spendere dei soldi per riparare ai danni di uno sviluppo non sostenibile (la salute dei cittadini di Taranto, le condizioni dei corsi d’acqua intorno a Milano, ecc.).

Il collegamento tra questi due eventi mi è parso evidente in quanto in entrambi i casi emerge un approccio al consumatore che mi pare un po’ superficiale, anche se assolutamente ben intenzionato. O che comunque non tiene conto di quanta acqua sia passata sotto i ponti della ricerca e della pratica quotidiana. In sostanza si sostiene che il consumatore sarebbe una vittima, un alienato, destinato a consumare sempre di più e sarebbe necessario invertire questa tendenza. Esiste una verità in questa lettura, legata a tutti quei casi in cui il consumo acquista una valenza esistenziale primaria, vuoi per mancanza di alternative (affetti, cultura), vuoi per interesse precipuo delle istituzioni economiche che hanno bisogno che il cittadino consumi a più non posso. E’ peraltro vero che consumare significa anche (e forse soprattutto) costruire significati e legami sociali. Significa contribuire alla realizzazione di una società più aperta, libera ed espressiva. Significa liberarsi dal condizionamento della necessità ed esprimere la propria identità.

In entrambi i contesti (il libro di Campaini e il documentario di Report) si sostiene l’idea che l’individuo non può essere ridotto al mero ruolo di consumatore. Anzi, sarebbe necessario che l’individuo riprendesse coscienza dei modi più alti e sofisticati di realizzare se stesso e abbandonasse il consumo o lo riducesse. … e in base a quale fonte normativa o morale? Come si fa a convincere le persone che si sono guadagnate il diritto a un bel 50’ 3D (magari a rate) a rinunciarci? Proprio ora che, seppure con qualche sforzo, pensava di aver acquisito un certo status gli vogliamo dire che “No, ci siamo sbagliati. Il 50’ 3D non fa per te. Non è per il tuo bene”. … E’ difficile, eh?

Non solo, ma come dicevo, di ricerca ne è stata fatta negli ultimi 20 anni che dice alcune cosette che riassumo qui sotto:

  • lo studio dei consumatori di tipo psico-economico asservito agli interessi delle imprese e delle istituzioni è una tradizione robusta che fino agli anni ’90 costituiva il 100% della letteratura disponibile (a parte qualche voce fuori dal coro tipo Vance Packard, peraltro un giornalista)
  • dai primi anni ’90, grazie agli studi di matrice interpretivista (Hirschman et al., 1989; Belk et al., 1991), si comincia ad analizzare il consumatore dal suo punto di vista e la rilevanza manageriale dei risultati di questa ricerca non è più considerata una necessità, né un dogma. I risultati devono essere rilevanti per capire meglio il consumatore e se possibile aiutarlo a consumare meglio, ma dal suo punto di vista, non quello del sistema
  • si sviluppano filoni interessanti che studiano a) la resistenza dei consumatori, b) la trasformazione dei mercati, c) il marketing critico, d) il macro-marketing, ecc. per citare i principali. In tutti questi ambiti si osserva la realtà del processo di mercato con un’ottica “complice” del consumatore e non orientata al suo sfruttamento
  • Inoltre, cosa forse più importante, si dimostra che il consumatore, date certe condizioni, s’incazza. E anche parecchio: smette di comprare, cambia marca, boicotta, partecipa a campagne di contro-informazione, ecc. Insomma sviluppa quello che si definisce consumo politico (Micheletti et al., 2004)

E in effetti, una delle cose interessanti che il servizio di Report fa vedere è una certa capacità di risposta critica da parte dei consumatori, quella che noi ricercatori chiamiamo “consumer resistance”, ovvero la capacità di resistere alle lusinghe del mercato e del consumismo. Il caso dei bilanci di giustizia o delle transition towns stanno a dimostrare che il consumatore non è un dannato, una vittima oppressa dal sistema. I consumatori s’incazzano e sono in grado di produrre una forma di anti-consumo che si oppone o aggira il sistema di mercato, ma non lo rifiuta. Consumare è necessario e spesso divertente, con moderazione, il problema è cercare di farlo in modo equo e sostenibile. Anche i GAS (gruppi d’acquisto solidale) sono un esempio di questo tipo, una forma di reazione in cui i consumatori rifiutano di fare la spesa nei canali tradizionali e organizzano un sistema alternativo, ispirato a una maggiore autenticità e genuinità dei prodotti e alla tutela del territorio e dei piccoli produttori. Nel caso dei GAS, addirittura, il consumatore si trasforma e diventa una specie di distributore/intermediario/imprenditore che insieme ad alcuni (piccoli) produttori organizza dei modelli di business etico e sostenibile che competono con la distribuzione tradizionale. E’ una competizione civile e ideologica, ma anche economica e commerciale. Appunto, le due cose insieme.

In definitiva, i consumatori sono bravi e intelligenti e si organizzano dal basso in progetti e campagne che mirano a “trasformare” il mercato, a migliorarlo, insegnando alle imprese che comprare è un modo di partecipare alla vita sociale. E’ un’attività politica quasi più del votare. Qualcuno sostiene che dietro a queste parole ci sia una forma di “idealismo sociologico”, ovvero il ricercatore vorrebbe vedere una realtà diversa da quella in cui vive e quindi enfatizza gli aspetti che ritiene più idonei a trascinare il cambiamento desiderato. La risposta è sì: è proprio così. Io vorrei vedere un processo di mercato diverso da quello che vedo e siccome alcuni piccoli germi di cambiamento mi pare di intravederli, do loro risalto e cerco di far comprendere che essi costituiscono una delle strade per un mercato meno impersonale, più ideologico, più sociale e socievole. Un mercato di cui abbiamo bisogno e che deve soddisfare i nostri bisogni, non i suoi. Un po’ di questa impostazione “militante”, ancorché accademica, mi viene dall’osservare il lavoro degli altri e uno credo debba essere citato a mo’ di esempio e cioé Francesco Gesualdi, con il suo Centro Nuovo Modello di Sviluppo, i suoi libri, la sua onestà intellettuale.

Hirschman, E. C., Ed. (1989). Interpretive Consumer Research. Provo, UT, Association for Consumer Research

Belk, R. W., Ed. (1991). Highways and Buyways: Naturalistic Research From the Consumer Behavior Odyssey. Provo, UT, Association for Consumer Research.

Micheletti, M., A. Føllesdal, et al. (2004). Politics, products, and markets: exploring political consumerism past and present. New Brunswick, N.J., Transaction Publishers.


Avrei bisogno …

24 novembre 2010

Questa settimana a lezione ho spiegato i bisogni, ovvero il motore del capitalismo contemporaneo. E ho spiegato che noi umani ci accorgiamo di avere “bisogno” di qualcosa solo quando quel qualcosa ci manca. Mentre quando ce l’abbiamo non ne sentiamo il bisogno. Siamo strani forte, eh? … Ad esempio, vogliamo a tutti i costi una macchina nuova perché la nostra è vecchia e brutta e il nostro vicino di casa invece ne ha una nuova fiammante. Facciamo le cessione del V e chiediamo i soldi in prestito e finalmente compriamo la macchina nuova. Benissimo! Ma dopo qualche settimana manco ce ne accorgiamo più che è nuova: anzitutto non è “più” nuova, ma è nostra e quindi usata. In secondo luogo, essendo nostra, è diventata una parte delle nostre disponibilità: è la nostra macchina e fa parte della nostra dotazione standard. Infine, quell’antipatico del vicino nel frattempo ne ha comprata un’altra più grossa e più bella.

Insomma, il consumatore è condannato a “desiderare”. Ovvero a prendere in rassegna tutte le cose che non possiede e che invece vorrebbe. Che sente di meritare, insomma! E’ il desiderio e non il bisogno quello che ci mette in moto: è l’oggetto del desiderio che ci fa lavorare e/o firmare delle cambiali, anche se oggi si chiamano in modo più politicamente corretto. Condannato a desiderare e a mobilitare le proprie risorse e quelle del sistema: lavoro, produzione, risparmio, prezzi. Le metriche tradizionali che si muovono quando noi consumatori ci arrabattiamo per ridurre quel rodimento interiore che ci spinge a mettere in discussione noi stessi, il nostro equilibrio, a volte anche gli affetti. Quel rodimento che si affievolisce solo dopo un acquisto particolarmente ambito. … ma subito dopo ricomincia, prima sottile e marginale e poi sempre più intenso e dirompente.

… ecco perché la produzione sociale è la vera rivoluzione: ci mette in condizione di soddisfare i nostri desideri attraverso lo scambio e la condivisione. Senza pagare, senza soffrire e – anzi – attraverso il nostro contributo soddisfare i bisogni altrui. Riorientare la nostra condotta verso la produzione sociale significa sottrarsi al ricatto del desiderio, mandare affanculo il mercato e i suoi prezzi esosi e “partecipare” a un sistema di ricostruzione della società, meno economica e più orizzontale (peer-to-peer). E questo contribuisce anche a soddisfare quei bisogni esperienziali che passano spesso attraverso la condivisione di attività e pratiche sociali con altri soggetti.